Oggi lo sviluppo sostenibile è un concetto sulla bocca di tutti; se ne sente parlare nei dibattiti politici, nei convegni sull’economia, nelle lezioni di ecologia. Ma quale sia la definizione di sviluppo sostenibile e cosa esso significhi esattamente non è molto chiaro. Numerose sono le pubblicazioni recenti intitolate allo sviluppo sostenibile o facenti ad esso riferimento, ma, leggendoli, ci si rende solo conto della vastità dell’argomento senza comprenderne realmente le implicazioni pratiche.
La Costituzione per l’Europa, recentemente sottoscritta dai capi di Stato e di Governo degli Stati membri, attribuisce allo sviluppo sostenibile la valenza di obiettivo che l’Unione si pone di perseguire e promuovere. L’art. 3 della Costituzione colloca lo sviluppo sostenibile al centro della sfera d’azione dell’Unione e lo fa con un’attenzione specifica agli aspetti economici ed occupazionali, oltre che a quelli sociali ed ambientali. Ma l’Unione va anche oltre, attribuendosi il compito, nelle relazioni con il resto del mondo, di promuovere lo sviluppo sostenibile della Terra.
Questa particolare attenzione posta attorno allo sviluppo sostenibile rende inevitabile la domanda su cosa esso sia e cosa significhi realmente promuovere lo sviluppo sostenibile. Anche in Italia si sta affrontando la tematica nell’ambito della riforma dell’art. 9 della Costituzione, con l’inserimento, in via ufficiale, dei valori della protezione dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile.
Anzitutto occorre fare molta attenzione ad un errore comune, vale a dire quello di accomunare lo sviluppo sostenibile con la tutela dell’ambiente sic et simpliciter. Molti, infatti, pensano che lo sviluppo sostenibile non sia altro che un diverso modo di parlare di ambiente ed occuparsi di questioni care agli ambientalisti.
Il concetto di sviluppo sostenibile è stato portato alla notorietà internazionale dal “Rapporto Brundtland”, come risultato dei lavori della Commissione Mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, istituita presso le Nazioni Unite e presieduta dal Primo Ministro norvegese Gro Harlem Brundtland. In questo rapporto, intitolato “Our common future”, lo sviluppo sostenibile è definito come l’unico modo per
“L’umanità di rendere sostenibile lo sviluppo, cioè di far si che esso soddisfi i bisogni dell‘attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future”.
L’idea portante di tutto il discorso nasce dalla constatazione dell’esauribilità delle risorse naturali e delle difficoltà economiche che tale aspetto avrebbe determinato sull’economia mondiale nel medio e lungo periodo. La teoria dello sviluppo sostenibile, quindi, nasce e si diffonde come concetto di tipo economico, il quale evidenzia la necessità di soppesare anche la disponibilità e il consumo di risorse naturali nell’ambito di determinate attività produttive.
Lo sviluppo sostenibile, quindi, cerca di coniugare gli aspetti di crescita economica con quelli di tutela dell’ambiente e di attenzione alla qualità della vita delle persone. Questo però senza che vi siano regole fisse e predeterminate. Il grande vantaggio dello sviluppo sostenibile è proprio questo:
la libertà per i singoli enti locali di attuare la politica di sostenibilità più adatta alle proprie esigenze e a quelle del proprio territorio.
Naturalmente questo implica una propensione alla programmazione che spesso è resa difficile dalle situazioni di emergenza che i Comuni, soprattutto se di piccole dimensioni, si trovano a dover affrontare quotidianamente. Ed è proprio per questa ragione che possono intervenire a sostegno di questa attività programmatoria i c.d. strumenti della sostenibilità: la certificazione ambientale; la contabilità ambientale, il Green Public Procurement, l’informazione ambientale etc..
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